Everest Film 2015

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Non mi è proprio dispiaciuto, ma non sono obbiettivo, lo so.Everest_kalapatthar_cropDi questi tempi riuscire a sbolognare i pargoli per godersi un film in santa pace è come manna dal cielo per cui andrei a vedere anche “Vacanze di Natale”; quando SuperRiccardo mi ha proposto la visione ho risposto solo a patto che mi trovasse una baby-sitter, e di andarlo a vedere alle 5 di pomeriggio della domenica al Roma, l’ex cinema porno in cui ero entrato solo la domenica dopo la comunione per vedere la prima saga di Alien, e parliamo del 1979.

E quindi grazie alla provvidenziale Margherita l’allegra compagnia si è presentata al botteghino con tanto di popcorn: Ric, Gio, Erin ed il sottoscritto, che chiameremo Giu’; sì perché in questi cacchio di colossal hollywoodiani (lo il regista è islandese ma lo stile è quello) si chiamano tutti con nomignoli da una sillaba che poi vai a capire a 8000 metri se, tra una bufera di vento a 200 all’ora, la mente annebbiata dalla zona della morte e la maschera e gli occhiali se stai parlando con Beck, Doug, Peache, Rob, Scott, Hal…

Il film si lascia guardare, ma la realtà di un film di montagna è un’altra cosa; sì insomma tiriamocela un po’ da ex giurati (universitari intendiamoci) del Film Festival della Montagna di Trento e comunque da assidui frequentatori di pellicole alpine (ho appena speso una fortuna in DVD del Corriere della Sera che faccio vedere ad Enrico invece della Paw Patrol); qua si punta sulle emozioni, che comunque sgorgano perché non siamo aridi cuori  e di fronte alla telefonata via satellitare dalla cresta sud dell’Everest alla moglie incinta le lacrime si affacciano sulle guance.

Si punta sulla figura di Rob Hall, considerato uno dei responsabili della morte di ben 13 persone (e non solo di quelle citate nel film); Rob che pulisce il campo base, Rob che tenta di mettere d’accordo le spedizioni, Rob che torna indietro sulla cima per accompagnare Doug; la stessa figura, paciosa e con gli occhiali come quella di un professore di storia, sembra ispirare tenerezza; al contrario Scott Fischer sembra un hippie appena uscito da un circolo di alcoolisti anonimi, mentre basta leggere la sua bibliografia per capire che forse non era proprio uno sprovveduto, ed il modo di portare clienti in montagna era forse più adatto.

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