Trekking Nepal 2007 – Lukla Phakding

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Eccoci dunque all’aereoporto di {it:Kathmandu} per prendere il volo per {it:Lukla}; il famigerato volo non ci spaventa più d itanto, non più della confusione che regna all’aereoporto; non fosse per la ormai cieca fiducia che nutriamo nei nepalesi che assistiamo tranquilli all’andirivieni di portatori con il nostro bagaglio, con i nostri passsaporti e biglietti, aspettando signorilmente il nostro turno per partire.

La sala d’attesa è un turbinio di trekkers di tutti i colori (ed anche le forme in realtà, alcune delle quali non proprio snelle…) pronti a partire; facciamo due chiacchere in giro e capiamo come sia gettonata la nostra meta: troviamo anche due signori della Valtellina che avevano il nostro aereo dall’Italia; la coincidenza è fortuita, ma si rivelerà fortunata per noi: Alda e Gino infatti faranno il nostro giro in compagnia di Lhapka, il loro sherpa che lavora da un paio d’anni presso il rifugio Tita Secchi da loro gestito. Lhapka parla italiano e si dimostra subito molto simpatico. La nostra guida invece comincia a dimostrare problemi con l’inglese; chiedo più volte la partenza od il biglietto (stranamente sembra geloso dei nostri biglietti, vuole fare tutto lui) e capisco che non si trova proprio a suo agio con questo genere di cose; speriamo lo sia di più in alta quota.

Il volo si rivela piacevole anche se rumoroso e stranamente dolce; si sorvolano le verdi colline intorno a Kathmandu e quando ci avviciniamo a Lukla passa assai vicino ad un paio di passi tanto che si può quasi salutare le persone indaffarate nelle campagne; mi viene in mente che quando volavo con il {it:parapendio} a quella distanza dagli alberi avvertivo una certa strizza al posteriore, questo dopo un paio di atterraggi un pò spinosi su qualche pino….

A Lukla l’aereo atterra in salita su una pista estremamente corta; l’aereoporto è poco più che un edificio, e fuori dalla rete, tra una selva di occhi che ci scrutano (sono i portatori in attesa di ingaggio) parte il sentiero per il {it:Khumbu}; fatta la concoscenza con il nostro portatore comminciamo il nostro trekking tra i villaggi a bassa quota: primo traguardo Phakding.

Lukla-Phading

Camminare in questo primo tratto è più che altro un esercizio di slalom tra le persone; siamo in piena alta stagione (il periodo secco post {it:monsone}) e la valle pullula di persone e di portatori stracarichi; questi ultimi sono un incontro costante e continuamente sorprendente; con delle semplici {it:gerle} ripiene di ogni alimento (ed alle volte anche di bombole di gas, fornelli, ecc..) e calzando semplici sandali percorrono tutta la valle portando mercanzia su è giù; con nostro rammarico notiamo che però per quanti prodotti vengono portati in quota pochi rifiuti vengono portati a valle, anche se il sentiero sembra molto più pulito, per lo meno rispetto alla tremenda sporcizia di Kathmandu.

In poco tempo siamo a Phadking, arrivo della prima tappa; l'{it:acclimatamento} è una faccenda assai seria e si sa non bisogna scherzare anche se si vorrebbe fare di più; inganniamo l’attesa cercando di recuperare un pò di sonno e cominciando la lettura dei nostri libri; avere un portatore è un gran vantaggio proprio per questo: ti permette di portare dietro tanto materiale che in altri viaggi, ad esempio quelli in bici, non saresti in grado di portare.

Un ragazzo si avvicina a Giorgia chiedendole se è di Trento; scopriamo che è della Valsugana e con somma invidia è di ritorno dall'{it:Ama Dablam} con un gruppo di Vicenza; dice che ormai non è quasi più alpinismo, visto l’abbondanza d icorde fisse e di persone con poca esperienza trascinate in cima dagli {it:sherpa}. Ribatto che mi piacerebbe esserci per poter almeno giudicare…..

Attacchiamo bottone poi a cena con uno svizzero dal fluente inglese; dopo averci spaventato sugli effetti dell’alta quota (lui stesso continua ad a vere il raffreddore e si sta imbottendo di medicine, mentre in sottofondo si sentono parecchie persone tossire) confrontandoci sulle rispettive esperienze ci dice che è in viaggio ormai da 8 mesi, in aspettativa dalle poste svizzere, e che non ha nessuna intenzione di tornare al lavoro; ‘la vita è troppo bella per sprecarla al lavoro’ mi dice, la solita solfa dei giramondo insomma. Parliamo un pò del significato degli sherpa e del loro servilismo, del fatto che non mangiano con i clienti, del fatto che dormono nelle sale da pranzo solo dopo che tutti sono andati a dormire; non mi trova d’accorodo qundo dice ‘Tu li paghi e loro eseguono’, più che altro per il fatto che così facendo tanti turisti non hanno contatti con la popolazione locale, visto che demandano ai loro sherpa persino l’ordine dei cibi al lodge; se poi si pensa che alcuni di questi parlano correttamente tedesco, francese e persino giapponese….

I peggiori sembrano proprio essere questi ultimi; essi arrivano in sala da pranzo quando i loro sherpa hanno già apparecchiato il loro tavolo; per i gruppi gli sherpa chiedono il permesso al lodge e poi cucinano cibi giapponesi con i cuochi che hanno fatto scuola in Giappone. I turisti mangiano con uno storno di aiutanti davanti a loro in attesa di comando (alcuni li ho visti proprio nella buffa posizione del riposo) e poi se ne vanno senza salutare gli altri trekkers, non prima di aver ritirato dai loro accommpagnatori la borsa dell’acqua calda da mettere sotto le coperte.

Lhapka poi ci confermerà che tutti vorrebbero lavorare con i gruppi di giapponesi, perché hanno bisogno di molti più portatori (ci credo, con tutta la roba che si portano dietro!), perché i loro trekking durano di più (fanno tappe più brevi) e perché lasciano mance cospicue. I tedeschi sono in fondo alle preferenze, vista la loro autarchica tradizione di viaggiatori!!!

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